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E così sono qui a scusarmi di nuovo, pare.

E’ capitato già, in passato. Pubblicamente, come pubblicamente avevo urlato la mia rabbia.

C’è che quando gli occhi si annebbiano non si distingue più chi si ha di fronte. Si intravede una figura, quella stessa che ti ha ferito in mille occasioni, sotto mille forme. Amico, sorella, amante, genitore.

Non si sente nulla, non si vede nulla, solo il Grande Dolore che torna. E quindi, come dici tu, mollo il freno a mano….e giù nella scarpata.

E’ vero non avevo nessuna ragione concreta per sentirmi ferita. Ed è vero che se avessi parlato (parlare, non è un movimento istintivo) avresti potuto rassicurarmi. Lo sai fare. Pare che anche io riesca a farlo, con te, quando serve. A sicurezze alterne.

No, non è così.

Se solo la nebbia non mi avesse offuscato avrei visto te. Con quegli occhi lì. Quel tuo sorriso. Quel tuo modo così tenero di tenere a me, e la tua presenza costante anche nella distanza. Avrei schiacciato in fondo l’ansia, la paura, il tentativo di fuga che continua a prendermi.

E’ proprio vero che la felicità fa paura.

Scusa.

donne-cena-pesceCinque donne intorno a una tavola su una terrazza romana.

G. si è appena separata dopo più di vent’anni di matrimonio. Ha un aspetto splendido. Ci ha invitate a cena perchè dopo mesi l’ho chiamata e ci siamo riviste per un caffè. Ma non basta per riprendere un’amicizia che è durata tanto, tanto tempo. E lei supergenerosa ed ospitale com’è (napoletana), favorita da una splendida grande casa, ha organizzato una cena dove reincontrarci insieme ad altre amiche.

P. è sempre bella, per lei gli anni sembra non passino. Anche lei separata, ma da anni ormai, ha un compagno fisso che vive all’estero. Da sempre. Prima in Germania, ora a Londra. Sono ricercatori. Ride sulla questione Marino-Vivisezionista. Nessun medico o chirurgo può evitare di passare per l’utilizzo di animali cavia, dice lei. E quindi parla di strumentalizzazione politica. Ci vuol poco a capirlo, dico io, quando Roma è tappezzata da manifesti con Alemanno abbbracciato ad un gattino. Dico Alemanno! Avete mai visto lo sguardo di Alemanno dal vivo? Potrebbe far scappare un Dobermann.

F. è come al solito una tacca sopra le altre per sensibilità. Riesce a capire tra le pieghe di un racconto i passaggi emotivi che lo hanno generato. Io penso sia per tutti i problemi di salute che ha dovuto sopportare. Anni di lotta ad un diabete che le dava vita a tempo. Il tempo di azione dell’insulina, poi era come si spegnesse una candela. A vederla così abbronzata e mesciata, sempre in gran forma fisica e vestita carina non si potrebbe immaginare che ha subito un trapianto di reni ed è sempre sotto farmaci. Infatti è  splendida, come sempre. Tranne alla fine, quando dice che è ora e deve andare, e si capisce che per lei non è un modo di dire. Come cenerentola ha un tempo di autonomia. E quando scende le scale ha già un altro volto e il pallore sotto l’abbronzatura delle Eolie. P., la sorella, le va dietro per sostenerla e scortarla fino a casa.

A. è il solito grillo. Siamo salite assieme, e in macchina mi ha già fatto il terzo grado. Vuole sapere tutto. L’amore? Quale? Ma lo scrittore… Finita. Ma che fai tu con gli uomini, li consumi? Rido. No, era una storia molto complicata. Mi chiede del lavoro. Dopo tanti anni non hanno ancora mica capito bene che lavoro faccio. Sono leggermente fuori dai canoni. Le chiedo dei figli. Lei è un’altro dei grandi misteri femminili. E’ una donna minuta, non bellissima, il viso segnato anzitempo dall’età. Ha sposato da poco un uomo bellissimo molto più giovane di lei. Dopo anni di convivenza lo hanno deciso per poter adottare un bambino. Ne hanno avuti due, dall’africa, fratelli gli hanno detto. La femmina è una quasi adolescente, il maschio ha cinque anni. E’ sconvolgente pensare come due persone che non hanno mai avuto figli possano passare in un attimo da zero a cento in questo modo. Sono dei miti.

Cinque donne attorno a una tavola mangiano e bevono e ridono e si raccontano e ritrovano la gioia di essere assieme. Ancora una volta. Nonostante tutto.

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altra giornata di lavoro impossibile. non mi devo lamentare. scorro il blog, vedo immagini, parole, non mi fermo. tropo stanca. guardo gli animali addormentati vicino a me. una gatta cicciona che dovrei mettere a dieta. una cagnetta con trauma da abbandono e con tracheite, sotto antibiotici. il vecchio gatto con gli occhi un poco appannati e un ipertiroidismo che mi obbliga a nutrirlo in maniera differente scardinando le piccole, poche e preziose abitudini acquisite fino ad oggi. tratto loro, gli animali che vivono con noi, molto meglio di come sono state trattate quelle tre ragazze rapite negli Usa e tenute prigioniere e stuprate e torturate per dieci anni. dieci anni di inferno, dove hanno avuto modo di odiare ed amare tutto quello che avevano davanti: i loro aguzzini. hanno avuto modo di essere violentate e sentire crescere dentro la pancia la vita nata da quella violenza per poi vederla morire, d’inedia e denutrizione. quale inferno si può promettere a questa umanità? la differenza tra quelle persone e me, qual’è? quale differenza genetica fa si che io curi ed accudisca con amore tre animaletti raccattati in tempi diversi per strada, mentre altri rapiscono, rinchiudono, torturano e violentano e uccidono esseri umani? si capisce facilmente che non ci possono essere differenze fisiologiche o da dna. c’è qualcosa di profondo in troppi esseri umani di sesso maschile che fa si che esseri umani di sesso femminile vengano presi ed usati e costretti e rinchiusi e privati della libertà di essere e tenuti a disposizione? quale differenza tra me e loro? come spiegarsi questa propensione al controllo totale sulla vita di un essere vivente di sesso femminile? non c’è spiegazione, non c’è. tranne che noi non dobbiamo nè possiamo permettere a nessun uomo, neanche al più amato, di sentirsi in diritto di controllarci o obbligarci o limitarci. non possiamo permetterci di farlo per tutte le altre, più giovani e a rischio.

 

 

 

[immagini.4ever.eu] galassia 159727Credo nell’Amore.

Nell’Amore facile, quello che se ci inciampi lo riconosci subito.

Credo nell’Amore reciproco, quello dove non si finisce mai di ripetersi che sì, ti amo, no, io di più.

Credo nell’Amore che supera le distanze, e i problemi pratici, e si rinnova ad ogni incontro ma non ha quasi bisogno di vedersi, che tanto ci si ama anche da lontano.

Credo nell’Amore che è sincerità, reciprocità, rispetto. Credo nella forza che dà avere amore. Credo che Amare significa donare.

Credo nell’uomo che amo perchè sento la sua esistenza intimamente legata alla mia. Perché sento che aggiunge valore alla mia vita, e non sottrae energia o tempo o pensieri, ma ne aggiunge. Perchè la forza che arriva dal suo amore supera ogni distanza. E  mantiene caldo il mio cuore sempre.

Parlami-damore1Si sa, nei secoli gli uomini hanno avuto un gran dafare per assicurarsi l’esclusiva della donna, o delle donne, che immaginavano gli appartenessero. Leggi divine, leggi terrene, entrambe con relativi castighi. Costrizioni corporali, coperture più o meno totali, clausure forzate nelle abitazioni o in zone appositamente delimitate da grate, griglie, trafori fittissimi. Escissioni di organi donanti piacere sessuale, o, in caso di partenze per sacre guerre, invenzioni di cinture con lucchetti a prova della più focosa spingarda.

Neanche a dirlo che ora, nella nostra cultura occidentale, non è più così. Ci si fida sulla parola. Ci si scambia una sorta di promessa. Per una sorta intendo che non deve essere per forza una roba legale o dichiarata davanti a testimoni o ufficiale giudiziario. Nel caldo dell’alcova ci si dice sono tua, sono tuo (per dire) ed ecco il patto di esclusiva. Sulla fiducia.

Ci sono poi dei segnali che si danno, in genere, per rinsaldare la fiducia. Una certa trasparenza negli atteggiamenti. Una pubblicità del proprio stato di donna o uomo impegnato. E certamente l’esclusiva di parole o gesti che sono di pertinenza unica del destinatario della promessa d’amore. Parole dolci o atteggiamenti protettivi o gesti d’amore o scritti passionali, tutte queste cose vengono destinate unicamente al soggetto dell’esclusiva amorosa.

Capita quindi, che quando questi codici vengono ignorati, o cambiati, l’uomo o la donna in questione possano avere momenti di grande confusione. Se una donna, ad esempio, dichiara amore totale ed esclusivo al proprio amante, ma allo stesso tempo – come per gioco – appella tutti gli uomini che frequenta con nomiglioli affettuosi o amorosi. O, sempre giocando ovviamente, promette amore o passionali incontri a tutta la comunità di esseri maschili che frequenta, può indurre nel proprio amante momenti di sgomento, o picchi di gelosia, o immotivate preoccupazioni. E’ fortemente consigliato, quindi, al fine di rendere sereno e duraturo e senza fraintendimenti, un rapporto amoroso, esimersi dal manifestare, anche sotto forma di gioco o celia, sentimenti d’amore o di passione se non nei confronti del proprio amato o amata.

E per dirla con le parole del Grande Pablo

Due amanti felici fanno un solo pane,una sola goccia di luna nell’erba, lascian camminando due ombre che s’unisco, lasciano un solo sole vuoto in un letto. Di tutte le verità scelsero il giorno: non s’uccisero con fili, ma con un aroma e non spezzarono la pace né le parole. E’ la felicità una torre trasparente. L’aria, il vino vanno coi due amanti, gli regala la notte i suoi petali felici, hanno diritto a tutti i garofani.Due amanti felici non hanno fine né morte, nascono e muoiono più volte vivendo, hanno l’eternità della natura.
— Pablo Neruda

 

prova-costume

Se sei uomo  e hai davanti, fisicamente o etereamente, una donna che ha una chiara crisi isterica da passaggio sulla bilancia, o da  ansia da prova costume, o da prova-andata-male-dei-jeans-estivi-della-scorsa-estate, hai davanti IL PROBLEMA.

Puoi essere intelligente o meno, innamorato o meno, professionista o meno dell’acchiappo, ma sei nella situazione più pericolosa da quando l’Homo Sapiens ha smesso di difendere la sua donna dalla tigre dai denti a sciabola. In altre parole: SEI SPACCIATO.

Se sei un uomo intelligente, taci. Se sei fisicamente in prossimità di detta donna farfugli una scusa qualsiasi e ti dai: esco a comprare le sigarette, vado con il cane a far la pipì, ho dimenticato una bomba a mano inesplosa nel bagagliaio. Qualunque scusa purchè tu ti allontani dalla femmina in questione nel più breve tempo possibile.  Se sei in solo contatto internet o cellulare, manco ti serve la scusa. Taci e via!

Se invece NON sei un uomo intelligente, o meglio ti reputi PIU’ intelligente della media, tenti l’approccio.

Sappi che qualunque cosa dirai sarà sbagliata, o usata contro di te, o da ripetere davanti ad un giudice in presenza del tuo avvocato.

Ci sono quelli che minimizzano: Ma che dici non ho notato la minima differenza!

Sarai immediatamente accusato di non guardarla e comunque  di non notare mai un CAZZZO di lei!

Ci sono quelli che ironizzano: ma che hai rotto tu la bilancia? oppure: Ho sentito un’esplosione, saranno mica stati i tuoi jeans.

Le reazioni possono essere varie, ma tutte con esito MORTALE.

Poi quelli che esaltano: Comunque io ti trovo molto sexy così piena. Sallo (anche con un briciolo di ironia) PIENA? Hai detto PIENA????

O anche: da quando hai messo su qualche chilo le tue tette sono diventate più belle! Doppio errore! A) Hai appenda confermato che lei si è INGRASSATA. B) Hai mentito quando dicevi che ti piacevano le sue TETTE PICCOLE.

Conclusione: QUANDO UNA DONNA PARLA DEI SUOI CHILI IN ECCESSO UN UOMO INTELLIGENTE TACE!

Altrimenti sei spacciato! Ma non dire che non sei stato avvisato.

Per rimediare poi sarai costretto a concessioni inimmaginabili:

Se è vero che mi ami così come sono allora sposami.

Se giuri che come me non c’è nessuna allora andiamo a vivere insieme.

Se davvero sono l’unica al mondo che ti piace in qualunque situazione, molla tua moglie e vieni a stare da me!

Uomo avvisato, mezzo salvato.

Cosa fareste se fosse vostra figlia ad essere stata violentata?

Cosa fareste se fosse stato vostro figlio a violentare una ragazza?

Avreste urlato che la colpa era  sua perchè indossava una minigonna? Che se l’era cercata?

Esiste in questo paese un movimento di done e uomini  di coscienza che sappiano difendere i propri figli da questa cultura barbara?

Possiamo fare qualcosa perchè tutto questo non accada mai più?

 

Lo stupro impunito del branco di Montalto “Io, stanca di combattere per avere giustizia”

Sei anni dopo nuovo stop al processo. La rabbia della ragazza: “Mi hanno rubato la vita”

Nessuno dei suoi aguzzini, o dei loro genitori, mi si è avvicinato per dirmi mi dispiaceMia figlia aveva solo 15 anni, da allora ha cambiato città, smesso di studiare e perso venti chili: non vive più

(MARIA NOVELLA DE LUCA. La Repubblica)

MONTALTO DI CASTRO – Sei anni fa, esattamente in questi giorni, in questa stessa pineta che si affaccia sul mare e dove di notte nessuno sente e nessuno vede. Forse era già primavera, mentre oggi il cielo è incerto: la stuprarono in otto, per tre infinite ore, M. aveva 15 anni, gli altri, il branco, poco di più.
«Mi hanno preso la vita e rubato il futuro, ho sperato ogni giorno di avere giustizia, ma se avessi saputo che finiva così non li avrei mai denunciati. Ora sono stanca, non ho più la forza di combattere», racconta oggi M. L´hanno chiamato lo “stupro di Montalto di Castro”, dal nome di quel paese tra Lazio e Toscana che ha continuato testardamente a difendere i suoi “bravi ragazzi”, che nella notte tra il 31 marzo e il primo aprile del 2007 abusarono selvaggiamente di M., Maria, un nome che non è il suo ma le assomiglia. Oggi dopo sei anni e due processi, quella ferocia di gruppo è diventata il paradigma di quanto in Italia la violenza sessuale resti di fatto ancora impunita. E le vittime relegate nell´ombra di vite spezzate.
“Aveva la minigonna”, fu l´incredibile capo d´accusa del paese schierato in piazza davanti alle telecamere di Canale 5 per insultare Maria, che aveva la media del 9 a scuola, e quella sera di marzo aveva accettato dalla sua amica del cuore l´invito ad una festa in una discoteca di Montalto di Castro. Qualcuno poi l´aveva convinta ad uscire dal locale, per prendere un po´ d´aria nella pineta, gli altri erano sbucati dal buio. Il resto è incubo, vergogna, paura, l´avevano lasciata lì pesta, sanguinante, con le calze rotte. Per quindici giorni Maria si tiene il segreto, poi in lacrime racconta tutto al preside del liceo di Tarquinia che allora frequentava, e che l´aveva convocata per capire perché quell´allieva così brillante non facesse altro che piangere in classe. Sei anni e due processi dopo, nonostante la richiesta di 4 anni di carcere avanzata dal Pubblico ministero, e pur riconoscendo che il racconto di Maria è del tutto veritiero, il 26 marzo scorso il tribunale per i minori di Roma ha deciso per la seconda volta di affidare i colpevoli – alcuni lavorano, altri sono diventati padri, mai nessuno ha chiesto scusa a Maria – ai servizi sociali. Sospendendo così ancora una volta il processo.
E allora bisogna salire su una strada ripida alle porte di Tarquinia, trenta chilometri da Montalto di Castro, attraversare un ballatoio rigoglioso di fiori curati, e sedersi accanto ad Agata, la madre di Maria, 59 anni, quattro figli, Salvatore, Gianluca, Cinzia e Maria, gemelle, emigrata qui dalla Sicilia 23 anni fa, un marito camionista, lei stiratrice in lavanderia. E c´è tutto il dolore di una madre nei grandi occhi azzurri di Agata, un pudore violato, «per farla visitare la portai dalla ginecologa che l´aveva fatta nascere, ma alle cinque del mattino, per non incontrare nessuno».
Nel salotto che odora di pulito, con le foto in cornice e i buoni mobili di famiglia, Agata racconta. «Quello che hanno fatto a Maria lo sento ogni giorno sulla mia pelle, sono ferite aperte, era poco più che una bambina, oggi vive quasi nascosta, a casa di un´amica dove fa la baby sitter, ha smesso di andare a scuola, è l´ombra della bella ragazza che era, ha paura del buio, da quella notte maledetta non ha mai più messo una gonna, e in tutti questi anni nessuno dei suoi aguzzini, o dei loro genitori, mi si è avvicinato per dirmi mi dispiace, mio figlio ha sbagliato. Anzi, durante le udienze i ragazzi ridevano». Ci avevano già provato i giudici, nel 2009, a recuperare gli otto del branco, alla fine rei confessi, difesi da buoni avvocati e con famiglie abbienti alle spalle. Addirittura il sindaco di Montalto di Castro, Salvatore Carai, ancora oggi iscritto al Pd, contro ogni procedura aveva prelevato dalle casse comunali 40mila euro per difendere i violentatori. Una “messa in prova” fallita, durante la quale uno degli otto era stato addirittura arrestato per stalking contro la fidanzata, tanto che la Corte di Cassazione aveva revocato quel provvedimento, imponendo un nuovo processo di primo grado.
Continuerebbe a combattere Agata, vorrebbe impugnare quella “messa in prova” che non ha reso giustizia a sua figlia. Insieme a lei, da sempre, un´altra donna tenace, Daniela Bizzarri, ex consigliera delle Pari Opportunità di Viterbo. Una solidarietà che diventa amicizia. «L´affidamento ai servizi sociali di questi ragazzi, oggi tutti maggiorenni, si è già rivelato un fallimento la prima volta. Perché riproporlo e far passare il concetto che lo stupro è un delitto minore? Così passa il messaggio dell´impunità». E basta affacciarsi in uno dei tanti chioschi semiaperti sul litorale di Montalto, per capire perché Agata e Maria si sentano sole. «C´avete rotto i co…, è stata una ragazzata, e se l´hanno fatto vuol dire che lei li incoraggiava. Lasciateci vivere». Agata liscia con gesto di sempre la tovaglia inamidata sul tavolo. «Quelli vanno in giro, sono liberi, li vedi nei bar, si sono sposati. Maria ha perso venti chili, è dovuta andare via, a lei chi restituirà il futuro? Per questo vorrei ancora avere giustizia». Ma è Maria invece che come tante altre donne vittime di stupro, ha deciso di ritirarsi. Delusa. Stanca. «Non posso sostenere un nuovo processo – sussurra – ad ogni udienza sto male, vomito, ricominciare daccapo, vedere le loro facce… Li dovevano condannare, ma mi basta che i giudici mi abbiano creduto, che io sono una ragazza perbene. Ora cerco soltanto un po´ di pace».

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L’amore fisico mi piace, te ne sarai accorto. Ma il motivo per cui mi piace non sta nel brivido con cui ci inebria e ci consegna all’oblio. Sta nella compagnia che ci regala e con la quale ci rincuora, nel conforto che proviamo a possedere un corpo da cui si è attratti: unire il nostro corpo a quel corpo, sentircelo dentro ed addosso. Alcuni sostengono che l’amore fisico non è che un mezzo per procreare, continuare la specie, ma si sbagliano di grosso… No, l’amore fisico è assai più d’un mezzo per continuare la specie. È un mezzo per parlare, comunicare, farsi compagnia. È un discorso fatto con la pelle anziché con le parole. E, finché dura, niente strappa alla solitudine quanto la sua materialità.
Oriana Fallaci – Insciallah
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