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Accompagno la ventenne alla stazione. E’ stata da me al mare  per due giorni finiti gli esami e ora torna in città. Tra tre giorni parte per la Scozia per un mese e mezzo. Mentre andiamo mi dice: oddio! un addio dal treno che parte. Io, madre esemplare per niente chioccia, minimizzo. Maddai! ci sentiamo stasera per sentire come stanno i pelosi, e poi domani….ci sentiamo ancora.

E mentre la saluto, alla stazione, evito di dire: metti in valigia una maglia di lana che li fa freddo, e : mi raccomando mangia cose sane, e: cerca di chiamarmi quando puoi, e : mi mancherai troppo! Sono una madre moderna che sa che i figli ad una certa devono prendere la loro strada, e che qualunque crisi passino è solamente un momento di crescita, e che comunque sanno che tu ci sei anche se non ti fai vedere…. ecc.

Arriva il treno, lei dice: vabbè vai, non cìè bisogno che rimani fino alla partenza. Io, senza farmi vedere, rimango fino alla partenza. Poi salgo in macchina e … per terra, davanti al suo sedile vedo il suo cellulare. Cavolo, cavolo, cavolo. (in realtà sarebbe c…o, c…o, c…o) In quel momento squilla. E’ una sua amica. Le rispondo rantolando: CAVOLO, … è partita e ha dimenticato qui il cellulare! Lei, che non ha capito il DRAMMA: vabbè tanto poi torna a casa e lo riprende. NOOOO! IO SONO AL MARE E LEI TRA TRE GIORNI PARTE PER EDIMBURGO! Ah, fa lei, Cavolo!

Mi vengono in mente zero possibilità di farle avere il cellulare prima della sua partenza. Poi mi viene in mente che domani è il suo compleanno e sta organizzando un falò con i suoi amici ai cancelli (per chi non fosse pratico sono spiagge tra Ostia e Trovaianica) Poi mi viene in mente che stasera si deve vedere con uno….. anche fico (dice lei). Come fa a organizzare tutto questo senza il cellulare? E quando si accorgerà di non averlo?

Riattaccato con l’amica chiamo il padre. La linea è disturbata. Non mi capisce. Richiamo. Nel frattempo ho messo in moto e con la macchina torno verso la spiaggia dove ho mollato il piccoletto con l’amica vacanziera ed il suo, di piccoletto. Tra un po’ il sole tramonta e devo riprenderli. Nel frattempo, linea permettendo, il padre ha capito il DRAMMA e mi dice che andrà a prenderla in stazione e le dirà che il telefono l’ho io. Al momento mi sto scervellando per capire chi posso beccare che entro massimo due giorni torni a Roma con il suo cellulare. Che in quel momento squilla. Numero sconosciuto. Decido di rispondere infrangendo il tabù della sua privacy. Sento una voce di ragazza che mi dice: Mamma sono io!

Si è accorta che ha lasciato il cellulare, ha chiesto ad una ragazza di chiamare, le dico che ce l’ho io. Mi dice: scendo alla prima stazione e torno indietro. Le dico: no vengo io a portartelo. Bene, riattacca.

Cavolo! Ma qual’è la prima stazione? E tra quanto arriva? E poi non posso mollare i piccoletti e l’amica sulla spiaggia!

Richiamo il numero sconosciuto. Me la passano. Rimaniamo che mi fa sapere a quale stazione scende. Arrivo alla spiaggia e corro in fondo dove la mia amica e i piccoletti stanno facendo il bagno. Mi sbraccio. L’amica mi saluta. Noooo! Mi risbraccio. Lei mi risaluta. Non ho altra soluzione: metto le mani a cono attorno alla bocca e urlo: “HA DIMENTICATO IL CELLULARE ! DEVO ARRIVARE A M.!”

Tutta la spiaggia ha capito cosa è successo ma la mia amica, vento contrario purtroppo, no! Alla fine si avvicina e le spiego. Ricorro alla macchina. Il posteggiatore della spiaggia mi guarda veramente stupito. Gli lancio un euro e schizzo via.

Lungo la strada, sono circa venti chilometri, penso a cosa siamo ridotti per un telefono. E poi penso a lei a Edimburgo che perde il cellulare, e non può comunicare con me, e non sa come fare! E poi penso: le devo dire di comprare subito una ricaricabile e via! Già ma se non ha il cellulare dove se la infila la ricaricabile! Dovrebbe avere un cellulare di riserva nel caso che ….. ALT Reset. Stoppa tutto. Così non va bene. Qualunque problema avrà, sarà in grado di risolverlo.

Nel frattempo arrivo al bivio per M. A sinistra c’è M. Paese, a destra M. Marina. Nessun segnale per la stazione. Tipico. Mi ricordo che la ferrovia va lungo la costa. Giro per M. Marina.

Arrivo alla stazione. Lei mi aspetta sotto un oleandro tutto fiorito di rosa. Sorride timida, come con un senso di colpa. Rido. Lei ride. E poi, salita in macchina, ridiamo tutte e due alle lacrime alla descrizione del panico che ha creato sul treno.

Le do il suo telefono e un bacio e torno verso la spiaggia. (Il posteggiatore mi sorride comprensivo).

E’ così tutti gli anni mi incazzo.

Roma viene trasformata in una giostra a cielo aperto in nome di una estate romana di nicoliniana memoria.

Per essere estate è estate. E per essere Roma è Roma. Ma cosa è tutta questa immondizia di stand che ogni anno si allungano sempre di più sulle rive del Tevere? Ovviamente una gran quantità di birrerie, pizzerie, kebabberie, charruscherie, e ogni ria ,che il diavolo se li porti,  di generi commestibili esistenti in terra. E poi venditori di ogni tipo di ciarpame. Stand con giochi vari, dal tirassegno al martelli per misurare la forza. Insomma un orrore.

Si salva l’isola del cinema. Solo perché la programmazione è seria ed un’arena d’estate al centro di Roma ci vuole. Ma anche sull’isola altre baracche.  Quest’anno un po’ meno, mi sembra.

Forse si è avuto riguardo ai residenti dell’isola. Per chi non fosse romano, sull’isola tiberina esistono solo pochi negozi: il famoso ristorante della Sora Lella (defunta sorella di Aldo Fabrizi), un bar, una farmacia. Poi c’è l’Ospedale Fatebenefratelli e l’Ospedale Israelitico. Amen. Ah Una Chiesa, dove si celebrano anche dei matrimoni  e una cappella per i funerali. I residenti dell’Isola sono quindi per lo più malati, gente che sta soffrendo o forse morendo. soffre.  E che comunque non sta bene. Anche bimbi appena nati con le loro mamme (il piccoletto è nato proprio qui). Ma insomma sto carnevale sotto le finestre non faceva piacere a nessuno. Io ho vissuto su quest’isola uno dei momenti più belli della mia vita, ma anche alcuni di quelli più tragici assistendo agli ultimi istanti di vita di persone che amavo. E francamente trovo tutto ciò anche irrispettoso. Un po’ di senso dei luoghi, perdinci!

Anni fa, ricordo, il clou dell’estate si raggiungeva con la Festa de’ Noantri, a Trastevere. Era sempre una gran baraonda, ma durava pochi giorni e tutta concentrata tra viale Trastevere e Piazza Belli. Io ci andavo a comprare specialmente le pannocchie arrosto, ed era tradizione prima di partire per il viaggio dell’estate. Altri tempi, altre vacanze ed altre feste.

Erano le 4,30 ed ero sveglia. Non completamente. Stavo lì che cercavo di capire se accendere la luce o tentare di riaddormentarmi. Se alzarmi a fare un bicchiere di latte di riso caldo o riprendere in mano il libro. Certo l’idea del libro era quella che mi attirava di più. Avevo iniziato a rileggere Alta fedeltà di Nick Hornby e ogni pagina era uno spasso. Ste insonnie oramai mi perseguitano, colpa degli ormoni. La vita di una donna è costantemente regolata dagli ormoni. O dalla mancanza di ormoni. Ma questo è un altro capitolo.

Insomma, ero lì con un occhio chiuso e uno aperto quando vedo lampeggiare la luce del telefono sul comodino (più che un comodino è una cassetta di vini rovesciata, ma anche questa è un’altra storia). Apro il secondo occhio e con lo sguardo appannato  vedo che è un messaggio su WhatsUp.

Strano. Molto strano. Da quando non ero più in contatto con il tormentato e tormentoso amante nessuno mi scriveva messaggi su WhatsUp. E men che meno alle 4,30 del mattino!

Ma a quel punto ero completamente sveglia e così, con la vista ancora annebbiata (e senza occhiali) ho cercato di vedere di chi era. Era una foto. Dovevo mettere gli occhiali. Era una foto di una sala allestita con una mostra fotografica. Il mio amico Salvo!

Alle 4,30 del mattino mi era arrivato un messaggio dai confini della Patagonia dal mio amico Salvo Genovesi! Con una sola frase accanto alla foto: tutto è possibile!

Salvo  è un giovane amico. Attore fino a poco tempo fa, è partito un certo giorno del 2009 per gli Stati Uniti per nuove opportunità di lavoro. Lì ha spolverato una sua vecchia passione: la fotografia. E ne ha fatte tante di foto. Dopo un anno, tornato in Italia, ha iniziato a lavorarci su. Le ha elaborate con tecniche che non saprei neanche dire ed un giorno me le ha mostrate. Ero un po’ scettica su questa nuova strada che aveva preso. La giudicavo forse tardiva? Pensavo forse che non ci si può improvvisare fotografo, o visual artist, da un giorno all’altro? Non so. Fatto sta che erano belle. Ma proprio belle!

E però come avrebbe fatto un attore-neo-fotografo a far vedere in giro le sue creazioni? Salvo è uno di quegli uomini che realmente credono che tutto si possa fare. E così senza appoggi, o raccomandazioni, ha iniziato a muoversi. Prima nella sua Catania, dove il 18 giugno 2011 ha organizzato la prima mostra, nel Palazzo della Cultura : NO SHAME. Anzi il suo   primo mulmedia concept come dice lui. E’ piaciuta. Subito viene invitato a Noto per esporre a Palazzo Nicolaci.

Poi la sede siciliana del marchio Citroen, invita Salvo  ad esporre NO SHAME nei loro saloni per la presentazione della loro nuova vettura,  creando una partnership che mai prima d’ora aveva avuto luogo in Italia.

Da lì  quest’anno è partito il giro in Italia – Milano, Torino – e poi quello  internazionale: prima tappa Argentina e poi sarà Hangzhou ( Museo della Seta) , New York e Tokyo. In autunno sarà di nuovo a Roma.

E così, il mio amico Salvo, alle quattro e trenta del mattino (in Italia, ma a Bahia Blanca che ora sarà?) mi ha mandato una foto della sala allestita con la sua mostra, per condividere la sua gioia. E un semplice messaggio: si…. può ….. fare!

Leggendo il post di @Curiosadinatura “I luoghi del cuore” ho superato il senso di inutilità e di inopportunità rispetto allo scrivere sul blog in questi giorni di tragedie.

Ho anche io un luogo del cuore. Una casa in un piccolo paese di montagna al confine tra Lazio, Umbria, Marche ed Abruzzo, dove tante volte ho sentito la terra tremare. Le scosse seguite al terremoto in Umbria nel 1997 durarono tanti mesi. Il terremoto dell’Aquila nel 2009 ha provocato lesioni, piccole, e crepe e poi piano piano le scosse successive si sono avvicinate con l’epicentro verso di noi.

Questa casa per me è una casa speciale. E’ stata restaurata da mio nonno negli anni cinquanta in un paesino da dove probabilmente ha origine il ramo materno della mia famiglia. Era il luogo delle vacanze dei miei nonni, e poi di mia madre e dei miei zii. Il paese dove sfollarono da Roma dopo il bombardamento di San Lorenzo con un viaggio rocambolesco tra macchina, corriera e poi un carro tirato dai buoi. Io ci sono arrivata che avevo appena quindici giorni e ci ho portato mia figlia che ne aveva venti. Il piccoletto, che ha rischiato di essere direttamente partorito lì, ha dovuto aspettare di più. Aveva già quasi un anno.

I cassetti degli armadi sono impregnati dall’odore di lavanda e c’è ancora una piccola cassetta di legno dove mia nonna teneva tutte le chiavi, come una vera castellana. E’ la casa dove d’estate io e mia sorella trovavamo  tutta la famiglia intorno al lungo tavolo da pranzo. Nonni, zii e zie  di vario grado e zii acquisiti da anni di vicinanza familiare ed estiva. La strada del paese non ancora asfaltata ha raccolto diversi centimetri di pelle delle mie ginocchia, continuamente sbucciate. Era il luogo della piena libertà. Dei pomeriggi passati nei campi a pascolare li vacchi  e a  sentirle strappare l’erba e ruminarla a lungo.

E’ stato li che ho avuto il mio primo amore. Infanzia passata assieme, era scritto che ci innamorassimo. Come era inevitabile che poi il nostro “fidanzamento” non avrebbe retto al ritorno in città. Ed è sempre lì che ho portato con orgoglio il mio ultimo amore nell’illusione che sarebbe stato quello di tutto il resto della mia vita. Non è stato così. Pazienza. Le illusioni si pagano.

Ogni volta che  torno è come un ritorno alla mia vera casa. Il fresco delle stanze anche in piena estate. La voglia di accendere il camino anche se non servirebbe. Le foto negli album dei primi del novecento con accanto quelle mie e di mia sorella degli anni sessanta. Le montagne, il lago, i pascoli.

Poco è cambiato e così desideriamo che sia. Anche in virtù di una solenne promessa fatta a mia madre.

Spesso, sentendo la terra tremare, ho pensato che tutto questo potrebbe sparire in un attimo. E immagino, dopo ogni sisma, lo strazio e la pena di chi, già fortunato per essere vivo e di avere la propria famiglia in salvo, ha perduto la propria casa, perdendo forse con essa tutti i ricordi di una vita.

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