amo istanbul

Il primo ricordo che ho di Istanbul è da bambina.

piccola pantofola d'argentoAvevo una serie di libri di mia madre di quando era piccola, edizioni Salani, collana “La Biblioteca dei miei Ragazzi”, stampati dal millenivecentotrenta al cinquanta. Da antiche leggende a storie di avventura, dove ovviamente venivano esaltate virtù come il coraggio, il senso del sacrificio, l’amore per la propria patria e per la propria famiglia.

Uno di questi libri si intitolava “La piccola pantofola d’argento”. Era la storia di una bambina nata nel Caucaso. Veniva rapita, non ricordo più come, attraversava territori deserti ed avventure fino ad arrivare a Costantinopoli all’epoca dell’Impero Ottomano, proprio nel palazzo del Sultano. Una storia orientale un poco torbida ed affascinante, dove la pantofolina era l’unica traccia che aveva il fratello per ritrovare e riconoscere la ragazza rapita al suo clan familiare.

Ho letto questo libro decine di volte, e sognavo continuamente di avere una vita avventurosa come quella della protagonista: Tamara, Tamariska per i familiari. E sognavo questa mitica città di minareti e caravanserraglio. La corte del Sultano, le stanze in penombra, divani e tende di mussola. Una gran confusione, ammetto.

Quando, dopo trent’anni, sono arrivata per la prima volta ad Istanbul lo avevo quasi dimenticato. Ma è bastato arrivare nel primo grande cortile del Topkapi per fare un salto indietro nel tempo e rivedermi da bambina a sognare di possedere delle pantofoline d’argento dalla punta ricurva.

Quella volta lì ero andata ad Istanbul con il mio primo marito. Un viaggio di quattro giorni, a cavallo del primo Maggio, lasciando la ventunenne (allora ottenne) alle nonne. E’ stato uno strano viaggio. L’ultimo che abbiamo fatto insieme. Eravamo molto sereni, tranquilli. Camminavamo per Istanbul tenendoci per mano. E la notte dormivamo ancora vicini. Ma erano le uniche intimità da tanto tempo ormai. Affetto fraterno. Un legame che durava da molti anni e che forse sarebbe andato avanti così ancora per molti anni a seguire. Ma io non sono fatta per i compromessi, e dopo pochi mesi ci separammo.

Quel Primo Maggio a Istanbul ci furono degli scontri. Passavamo, ricordo, in una grande Piazza, forse proprio Piazza Taksim, e ci trovammo proprio nel mezzo nel momento in cui da destra arrivava una grande folla di manifestanti, mentre a sinistra c’era un cordone di polizia in tenuta antisommossa con i blindati. Facemmo un velocissimo dietrofront. In albergo poi vedemmo che gli scontri erano stati violenti e c’erano stati parecchi feriti.

Dopo tanto tempo, quattro anni fa sono tornata. Un viaggio di lavoro, tre giorni, ma straordinariamente ho avuto due mezze giornate libere per poter di nuovo visitare la città. Ero lì per un progetto europeo, con altri italiani, greci, ciprioti e ovviamente turchi. La nostra ospite Turca, Sevi, una deliziosa giovanissima danzatrice e coreografa, ci fece vivere la vera Istanbul guidandoci la sera tra la movida dei locali “giovani” e i risporantini dove mangiare il pesce sul Bosforo. La mattina, prima delle riunioni di lavoro, andavo in giro con un collega che non aveva mai visto la città. Io, straordinariamente, ricordavo ancora dopo tanti anni, strade e percorsi. Come se realmente avessi vissuto lì per un lungo tempo.images-4

Avevo letto da poco, ricordo, uno dei libri che ho amato maggiormente di Orhan Pamuk “Istanbul”, appunto. Nel libro di Pamuk, però, avevo avuto modo di conoscere ancora un’altra città. Quella in bianco e nero dell’inverno. La città con le case di legno degli anni cinquanta. Le atmosfere tristi e malinconiche delle città che hanno vissuto antichi fasti, prima del crollo di una civiltà.

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Vedere le immagini di questi giorni online o in televisione, riconoscere le strade e i volti dei giovani che avevo incontrato a bere gli aperitivi nei locali, mi riporta alla mente la sensazione di modernità e fervore culturale che avevo avuto nei giorni della mia visita. La certezza che pochi posto al mondo possono contenere così tante contaminazioni tra passato e presente, oriente e occidente, tradizione e modernità come si trovano in ogni luogo, ad Istanbul.

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9 commenti
    • elinepal ha detto:

      già

  1. Io ricordo i due libri della libreria di mia madre da bambina, che hannos empre avuto un certo fascino solo eprchè erano vecchi e suoi che non è mai stata una lettricie: i pattini d’argento (nome simile per giunta a quelli che citi) e il gran sole di Hiroshima.

    • elinepal ha detto:

      Li avevo entrambi da bambina! I pattini d’argento un supeclassico. Mi sa che cio l’età di tua madre….

  2. The hard truth ha detto:

    grazie a te e a Calipso (ho trovato il tuo blog nell’elenco di quelli che segue lei)! La piccola pantofola d’argento era un libro di mio nonno, l’ho letto da piccola, non ho mai capito che fine abbia fatto quel romanzo, perché in casa non c’è più. Anche io ricordo qualcosa di Tamara. La rapiscono per farla lavorare in un circo, o qualcosa di simile, e le tingono la pelle di nero, per farla essere ancora più esotica: la fanno passare per un’africana con gli occhi azzurri. Non ricordo altro, purtroppo.
    PS Mio nonno è nato nel 1933, penso proprio che tu sia più giovane! 🙂

    • elinepal ha detto:

      Vedi? meraviglie del web! Non ricordavo per niente il fatto della pelle tinta di nero. E’ vero, ora ricordo il circo.
      Eccerto che sono più giovane di tuo nonno, sono del 62. Infatti i libri erano di mia madre e dei miei zii. 🙂
      Benvenuta!

  3. The hard truth ha detto:

    Grazie!
    Io non ricordavo nulla del fratello, alla fine in due abbiamo ricostruito un riassunto del libro 🙂

    • elinepal ha detto:

      🙂

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