meno 55 – la storia

la storiaWeg! Weg! da! Weg! Weg!”

Delle esclamazioni tedesche, interrotte e travolte da un vocio di donne, la raggiunsero una di quelle mattine, mentre, dopo un inutile viaggio alla Cassa Stipendi chiusa, s’avviava all’osteria di Remo. Si era appena inoltrata su una traversa della Tiburtina, e le voci provenivano dalla pate di Via Porta Labicana, a poca distanza di là. Nell’arrrestarsi incerta quasi si scontrò con due donne, che arrivavano di corsa da un’altra laterale alla sua destra. Una era anziana, un’altra più giovane. Ridevano esaltate, la più giovane teneva in mano le ciabatte dell’altra, che correva a piedi nudi. Questa si reggeva per le due cocche la gonna alzata sul davanti e gonfia di una polvere bianca: farina, sperdendone un poco sul selciato dietro ai suoi passi. L’altra portava una sporta d’incerato nero, anchessa gonfia di farina. All’incrociarsi con Ida, le gridarono:” Corra, signò, faccia presto. Stasera se magna!” “Aripiàmose la robba nostra!” “Ce la devono da ridà, la robba nostra, ‘sti ladri zellosi!” La voce già si spargeva, altre donne uscivano veloci dai portoni. “Tu, torna su ‘ccasa” ordinò ferocemente una passante, lasciando la mano di un bambino; e sulla traccia della farina versata, tutte s’imbrancarono di corsa, e Ida con loro. Non c’erano da fare che pochi metri. A mezza strada fra Via di porta Labicana e Lo Scalo Merci c’era un camion tedesco fermo, giù dal quale un milite del Reich teneva testa, sbraitando, a una folla di donne del popolo. Evidentemente, colui non osava metter mano alla pistola che portava al cinturone, per timore di venire linciato sul posto. Alcune delle donne, con l’ardimento supremo della fame, s’erano arrampicate addirittura sul camio, carico di sacchi di farina. E fatti dei tagli nei sacchi, se ne versavano il pieno dentro le gonne, le sporte e qualsiasi altro recipiente si fossero trovate a portare. Qualcuna se ne riempiva magari il secchio del carbone o la brocca dell’acqua. Un paio di sacchi giacevano in terra già mezzi vuoti, fra l’assedio; una quantità di farina s’era versata in terra e veniva pestata. Ida si fece largo disperata:” Anch’io! anch’io!” strillava come una bambina. Non riusciva a rompere l’assedio che stringeva i sacchi buttati a terra. Si sforzò a salire sul camion, ma non ce la faceva: “Anche a me! anche a me!!” Dall’alto del camion, una bella ragazza rise sopra di lei. Era scapigliata, con sopracciglia foltissime e more, i denti forti come di bestia. Si reggeva innanzi per le cocche la vesticciola colma, e le sue cosce, scoperte fino alle mutande nere di raion, splendevano di un candore straordinario, come quello delle camelie fresche:”Tiè, signò, ma spicciate!” e accucciandosi verso Ida, con una risata da furia le riempì la sporta di farina, versandogliela direttamente dal proprio grembo. Ida a sua volta si era messa a ridere simile a una bambina mentecatta, cercando di risortire col suo carico, di mezzo alla folla urlante. Le donne parevano tutte sbronze, eccitate dalla farina come da un liquore. Urlavano inebriate contro i Tedeschi gli insulti più osceni, che nemmeno le puttane di un lupanare. Le parole meno brutali erano: fraciconi! culoni! viiacchi! assassini!! ladriii! Nel sortire di fra la folla, ida si trovò in un coro di ragazzette, arrivate ultime, che da parte loro strillavano a gran voce, saltando come in un girotondo:

“Zozzoni! Zozzoni! Zozzoniii!!!”

E in quella udì la propria voce, stridula, irriconoscibile nel suo eccitamento infantile, gridare nel coro:

“Zozzoni!”

Per lei, questa era già una parolaccia da trivio: mai pronunciata una simile.

La guardia tedesca aveva preso la fuga in direzione dello Scalo Merci. “Gli apai! Gli apai!” sentì Ida gridare alle proprie spalle. Difatti, mentre lei fuggiva verso la Tiburtina, dal lato opposto era riapparso il milite tedesco, con un rinforzo di militi italiani della PAI. Costoro tendevano in alto il braccio armato di pistola; e per intimidazione spararono dei colpi in aria, ma Ida, sentendo gli spari e le urla confuse delle donne, credette in una strage. La prese una terribile paura di cadere colpita a morte, lasciando sulla terra Useppe figlio di nessuno. Urlò correndo alla cieca, mischiata a donne in fuga che quasi la travolsero. Infine si trovò sola, senza sapere dov’era, e si sedette su uno scalino, presso uno sterrato. Non si vedeva più niente, altro che delle bolle immaginarie di sangue rosso-cupo, che scoppiavano nell’aria assolata. Quello stesso frastuono martellante, che sempre la svegliava alla mattina, adesso era tornato a ribatterle dentro le tempie, nel suo solito vocio di sommossa: ” Useppe! Useppe!” Ne provò uno spasimo alla testa, così acuto che si tastò fra i capelli con le dita , nel sospetto di trovarsele bagnate di sangue. Ma i colpi di prima non l’avevano ferita, era incolume. D’un tratto  sobbalzò, non vedendosi più la sporta al braccio! Ma se la ritrovò li accanto sullo sterrato con la farina intatta quasi fino all’orlo: ne aveva persa poca, fortunatamente, nella sua fuga. Affannossamente allora si mise alla ricerca del borsellino ricordando, infine, che doveva esserle rimasto in fondo alla sporta. E lo ripescò febbrilmente, sporcandosi tutto il braccio di farina mista a sudore.

La sporta, troppo colma, non si chiudeva. Da un mucchio di immondezza che stava lì in terra, essa raccolse un pezzo di giornale, per nascondere la farina rapinata, prima di avviarsi verso il tram.

Elsa Morante – La Storia

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3 commenti
  1. ff0rt ha detto:

    Quanto ce la dimentichiamo in fretta noi italiani, la storia. Come se fosse un fardello scomodo e superfluo. Scomoda certamente lo è, ma superflua mai.

    • elinepal ha detto:

      Eh, ineguagliabile!

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