meno 186 – quei pomeriggi così ….

…. passati nella cameretta di Max. Dovevamo studiare, ma di studiare non si parlava mai. A casa sua perché  era proprio davanti scuola e poi lì non c’era mai nessuno. Il padre tornava solo la sera, la sorella grande era all’università o a casa del fidanzato. La mamma era morta tanti anni prima. Max era il mio ragazzo, ma io ero solo la new entry in un gruppo molto compatto di amici quasi dall’infanzia. Tutti maschi, i Desperados. Appunto perché non avevano ragazze. Tranne Luca. Lui era fidanzato da tanto, forse due anni, ed entrambi erano molto cattolici e boy scout. Quindi ovviamente niente sesso, anche se dormivano insieme spesso. Come facevano se lo sono sempre chiesto tutti.

Comunque io e Max stavamo insieme e questa era una novità per il gruppo. Ero un po’ come una mascotte. Amica di tutti, ma fidanzata con Max. E si passavano pomeriggi interi a casa sua, nella sua cameretta, talmente “etta” che seduti sul letto si potevano appoggiare i piedi contro la parete opposta. Si beveva tè, si fumava sigarette (lo preciso perché in quel periodo si fumava qualunque cosa) si ascoltava musica in continuazione. Dai Pink Floid a Woody Guthrie, da Bennato a John Denver a Cat Stevens. E si cantava e qualcuno ogni tanto suonava la chitarra.

Sul presto io e Max da soli, poi ci raggiungevano gli altri ad uno ad uno. Alla fine del pomeriggio eravamo in sei o sette su quel letto e inziavamo a bere qualcosa di più forte del tè. Io poi dovevo tornare a casa in vespa, dall’altra parte della città, e molte volte il viaggio era seguire la striscia bianca laterale e non mollarla mai con lo sguardo per tenere la rotta.

Max era bravissimo a disegnare e in quel periodo iniziò a dipingere le sue bottigliette con Snoopy. Raccoglieva qualsiasi piccola bottiglia trovava, la colorava con una tempera brillante e sopra ci dipingeva uno dei suoi stupendi Snoopy. Io ne avevo una collezione. Ancora fino a pochi anni fa erano in una scatola da qualche parte, ora chissà.

Alcuni pomeriggi iniziammo ad andare nella cantina di Kunta. Kunta era il soprannome. Bassino, scuro di carnagione e nero e riccio di capelli. Dicevano che era scuro perché non si lavava mai. Forse era anche un po’ vero. Ma anche la madre era di carnagione scura come lui. Kunta aveva attrezzato una camera oscura nella sua cantina e con Max e me si imparava a stampare in bianco e nero. Ore di prove per avere la foto giusta. Erano bravi, loro. Kunta da grande è diventato fotografo e quandomise su un suo studio Max andò a lavorare con lui. Faceva pubblicità, era uno affermato. Io posso dire di essere stata la sua prima modella.

Durò alcuni mesi, questa vita di fidanzamento con Max   e di fratellanza con i Desperados. Che poi il nostro pure era un fidanzamento quasi fraterno. Molti baci, poco sesso molto ingenuo, tanto affetto più che amore. Poi ci fu la rottura. A quell’età succede così. Siamo rimasti amici poi per tanti anni. Io, Max e Kunta.

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14 commenti
    • elinepal ha detto:

      ve?

    • Dobbiamo prenderci un caffè. Questo “ve?” è un capolavoro. 😀

    • elinepal ha detto:

      ma certo, caffè

    • elinepal ha detto:

      in che senso?

    • nel senso più bello, ovvero che mi hai fatto tornare indietro ai miei pomeriggi, il più delle volte in solitudine con gli lp dei pink floyd, o neil young o alan parson o supertramp o …

    • elinepal ha detto:

      scusa non sapevo come interpretarti. sei sempre così zen o sono io che ti ispiro questa sintesi?
      anche te in solitudine con lp? azz… abbiamo un sacco di cose in comune.

    • azz … sarà l’anagrafe?

    • elinepal ha detto:

      probabile

    • hai ragione, a trent’anni la si pensa allo stesso modo

    • elinepal ha detto:

      🙂

  1. Bello questo ricordo apparso un pomeriggio d’inverno a scaldarti (ci) il cuore.

    • elinepal ha detto:

      🙂 con la senilità tornano i ricordi…

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