meno 236 – Palermo non mi piaceva per questo ho imparato ad amarla

Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla, perché il vero amore consiste nell’amare ciò che non  piace, per poterlo cambiare. Ho amato così, essendo stato Paolo Borsellino. Ho amato così, Paolo Borsellino: Essendo Stato.


Dopo essere tornata da Teatro con ancora addosso la tesa emozione delle parole di Paolo Borsellino e di quelle scritte per lui da Ruggero Cappuccio, non posso che tornare a cercare il testo nella mia libreria. Preso in mano è un piccolo librino, stampato nel 2006, due anni dopo la prima messa in scena dello spettacolo con Massimo De Francovich e un coro di sei attrici. Quello spettacolo ha girato tutta l’Italia, dal Piccolo di Milano al Biondo di Palermo e ovunque è stato applaudito per l’intensa interpretazione di De Francovich.

Ma il testo contenuto in questo piccolo libro dilata la dimensione della forma. E’ una discesa agli inferi. Un passaggio rasoterra con delle impennate in alto, come su una gru altissima, a vedere il mondo ristretto e i corpi in terra, tra le macerie, in Via D’amelio. C’è tanto in questo testo di Cappuccio. Verità e poesia. Oratorio ma non lapide. E’ vivissimo Borsellino in quel suo ultimo secondo di vita dilatato “in un disperato

residuo del tempo” in cui il Giudice “dubita di essere già morto, dubita di essere ancora vivo”.

Ruggero Cappuccio lo legge, lo recita, con una capacità attoriale che non conoscevo, ma con una delicatezza e una misura,  che esaltano le parole anche le più sussurrate, e compiono il miracolo di vederlo lì, Paolo Borsellino, in scena. Magie che solo a teatro si compiono.

Userò il verbo morire solo tre volte. Un uomo può morire quando il suo corpo è profanato. Un uomo può morire quando chi lo ascolta sente le sue parole come se fossero pronunciate da uno già morto. Un uomo può morire quando chi gli parla usa gli sguardi, i gesti, i toni che si adoperano con uno già morto o con uno che immancabilmente dovrà morire. Sono le sedici e cinquantotto. E’ il diciannove del mese di luglio. E’ il millenovecentonovantadue. C’è stata un’esplosione che ha prodotto una strana sensazione di silenzio. A Palermo le esplosioni e le parole hanno come fine assoluto solo il silenzio. Sono per terra. Non vedo altro che il cielo attraverso un velo di polvere. Sono finito. Forse sono finito. Sapevo che sarei finito. Guardavo da tempo al futuro della mia fine e la vedevo già trascorsa, già passata. Il prima e il dopo si erano amalgamati nella mia vita, da tempo. Da tempo tutto era chiaro, come la cenere sollevata da questa inconsueta deflagrazione di silenzio. Sono per terra. Sono finito. Forse mi rimangono ancora quattro secondi. Cinque. Sei. Forse me ne rimane uno, piccolissimo, stretto, invisibile, ma è così immenso quest’attimo. Non posso muovermi, eppure questa immobilità sta creando un’incredibile danza di visioni. Non posso muovermi. Se i miei ragazzi non sono intorno a me è necessario che io pensi questo: sono in terra anche loro. Agostino, Walter, Vincenzo, Claudio, Emanuela, Antonio. Siete in terra anche voi. Da quanto tempo, da quanti giorni, da quanti mesi siete in terra? Quante notti sono che sapevate? Da quale notte avete saputo? Quante notti fa avere vissuto in pace la vostra ultima notte? Non c’è più asfalto, Agostino. Non c’è più asfalto sotto di me, Vincenzo, Walter, Claudio, Antonio, Emanuela. Non c’è più asfalto sotto di noi. C’è la terra. C’è la terra caldissima della mia terra. Sotto le mie reni c’è la terra di Sicilia. (Paolo Borsellino Essendo Stato – Ruggero Cappuccio)

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