meno 241 – ricordi

Questa sera mi è arrivata come un lampo. Come una diapositiva sparata all’improvviso sulla parete. L’immagine di un’alba, sul Gange, in barca.

Varanasi.

Ricordi di tanto tempo fa. Così tanto che mi sembra un’altra vita. E un’altra me.

Ma poi a pensarci bene non così distante da come sono ora. Mi rivedo come in un ritratto. Certo un sacco più giovane e carina. Molti capelli, molto scuri. Mi sa che avevo anche una permanente. Ho i capelli più dritti del fil di ferro e quando andavano ricci li ho massacrati di acidi pur di piegarli.

Però a parte le guance più scavate e le labbra più fine mi sento uguale a lei. Stesso temperamento esuberante. Stessi slanci di curiosità. Nessun timore di osare. E una strana inspiegabile gioia che mi accompagna anche quando francamente non ci sarebbe niente da gioire.

Quella mattina ci eravamo svegliati che era ancora buio proprio per arrivare sul Gath all’alba, quando gli induisti iniziano le loro abluzioni rituali. Varanasi è una delle città sacre. La più sacra. Dove un induista deve andare almeno una volta nella vita e bagnarsi nelle acque del Gange da cinque Gaths diversi per sfuggire al samsara, l’eterno ciclo di morte e rinascita.

Avevamo avuto una barca perché dal fiume si può osservare al meglio tutta la sponda, con il movimento delle centinaia di persone che arrivano e scendono i gradoni  e seminudi si immergono nelle acque che scorrono veloci. Acque nere, a quell’ora, e per niente invitanti. Considerando poi che il Gange è una cloaca a cielo aperto e per di più in quel punto avvengono tutte le cremazioni, io stavo ben attenta a far si che nemmeno una goccia di acqua mi sfiorasse.

Forse, per questo, continuerò a morire e rinascere chissà ancora per quanto.

La barca era piccolina e l’indiano che la guidava mica tanto robusto. Per cui ondeggiava parecchio e dava per niente tranquillità. Ad un certo punto di fianco alla barca un’ombra enorme scivolò emergendo e poi reimmergendosi immediatamente. Una lunga schiena grigia strisciante. Cos’era non l’ho mai capito. Il mio inglese e quello dell’indianino  barcaiolo parevano due lingue differenti.

Nelle foto che ho ritrovato l’immagine è di una bellezza da spezzare il cuore. Ma da lì non arriva l’odore fortissimo che ovunque in india ti trapassa le narici. Un misto di sporcizia e merda e incensi. Indefinibile. Che si appiccica alla pelle, a cui non ci si abitua, e che dopo un po’ di giorni diventa quasi il tuo odore. Indimenticabile e terribile. Ma quanto vorrei ancora respirarlo. E quanto vorrei tornare lì. Oggi. E ripetere il viaggio sul fiume. E tornare la sera per assistere, un po’ appartata in quanto donna, al rito della cremazione e alla dispersione delle ceneri nell’acqua.

Oggi farei anche un piccolo rito che allora, per pudore o imbarazzo, non feci. Affidare una fiammella alla madre Ganga e attendere per vedere quanto lontano la corrente la porterà. Più lontano andrà e più vedrò realizzati i miei sogni.

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6 commenti
  1. India. Ci andrò. Non so quando ma ci andrò. Immagini molto intense, grazie per averle condivise.

    • elinepal ha detto:

      Grazie a te per leggermi. Un viaggio in India produce due tipi di reazioni. Si riparte con il desiderio di non metterci mai più piede, o altrimenti si rimane agganciati per sempre alla sua magia.

  2. Non sono mai stata in India ma dai libri letti e dai racconti di amici immagino sia davvero un altro mondo. Un altro modo di percepire la vita e il divino in essa. Bisogna arrivare ad una certa età per essere così umili da accendere una candela e farcela bastare…

  3. elinepal ha detto:

    L’india induista e animista, pur nel suo anacronismo, riporta al profondo legame che esiste tra tutte le cose senzienti ed insenzienti. Ed allora un semplice piccolo gesto ha il senso profondo dell’intenzione che lo genera. Non che effettivamente non sia così anche per noi. Solo non ci pensiamo.

    • elinepal ha detto:

      da mo’!

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