meno 245 – la triste storia di cicoria e cleopatra

In città oggi non tutti  attendevano l’arrivo di Cleopatra con il terrore  della città allagata, le fogne ostruite, il fiume  straripante. C’era chi guardava il cielo nero e il fronte di nuvole avanzare, con l’ansia di capire quante ore sarebbe durata la pioggia e quanto, quindi, si sarebbe prolungata l’impossibilità di portare Cicoria fuori a fare pipì.

Può sembrare riduttivo interessarsi al meteo solo per una mera questione fisiologica della cagnetta, ma  vi assicuro che la sopravvivenza in questa casa dipende molto dalla quantità di liquido che riusciamo ad evitare essa sparga ancora sulla moquette appena disinfestata dalla mitica Tata Feli col Vaporella.

Quindi, appena cessato il leggero nubifragio – che al contrario delle previsioni è durato molto meno del numero di foto ridicole di Alemanno oggi apparse su Facebook – ho acchiappato il canide e siamo scese entrambe scodinzolanti nel cortile.

Sono giorni oramai che invece di correre nel suo solito angolo a fare i bisogni, si infila con il muso grufolante nel punto più selvatico della strada senza uscita, rovistando in mezzo all’erba cresciuta sotto quello che una volta era un vecchio portale,  puntando qualcosa che è evidente solo al suo olfatto di segugio. Ho provato a chiamarla, a strattonarla, a minacciarla, ma sempre lì ritorna. Fa un giro, sparisce dietro alle macchine, e quando vede che l’ho persa di vista fa un rapido dietro front e si ributta con muso tra le erbacce. Di giorno ho provato a sbirciare per vedere se ci fosse qualche lucertola, o animali morti, o cacche puzzolenti di altri cani (le sue preferite dove rotolarsi come una pazza) ma non ho visto nulla.

Anche questa sera, nonostante fosse evidente che aveva un bisogno disperato di fare pipì, si è infilata nell’angolo maledetto cercando e grufolando e guaendo. Io con l’ansia che riprendesse a piovere e con la fretta di tornare dal piccoletto – che avevo lasciato a lavarsi  i denti per poi infilarsi a letto ad aspettarmi per continuare la lettura della storia di Ulisse – l’ho sgridata e portata nel suo angolo-cesso e con sollievo l’ho vista liberarsi da liquidi e solidi.

Ma mentre raccoglievo i risultati del suo vivace metabolismo e li depositavo nell’apposito secchione per i rifiuti non riciclabili, lei con abile manovra diversiva spariva.

Non l’ho più vista. Nè dietro le macchine, né vicino al garage, né nei pressi del portone di casa. Ho fischiato e chiamato e fatto finta di andare via (di solito questo funziona perché la bastarda comunque  teme sempre di essere rimollata per strada). Ma niente.

Prima spazientita, poi preoccupata ed infine inferocita sono arrivata fino alla strada dopo, cercando di capire dove si fosse cacciata. Niente.

Ad un certo punto sento dei latrati concitatissimi. Capisco subito che è lei. Torno indietro. Mi aveva di nuovo fregato ed era lì, nell’angolo morto.

Più mi avvicinavo e più temevo di vedere ciò che temevo. Aveva preso qualcosa. Qualcosa di grande. Lo aveva posato a terra. L’essere si rotolava ed era vivo. Era un grande ratto grigio. Sissignore. Non un topo. Un ratto.

Lei lo aveva evidentemente azzannato e ora lo guardava contorcersi a terra. Poi guardava me che incapace di avvicinarmi troppo le urlavo di allontanarsi e di lasciarlo. Lei tentennava. Capiva che doveva seguirmi. Temeva rappresaglie. Ma, più forte l’istinto, si riavvicinava al ratto.

Io ero paralizzata. Inizialmente dallo schifo al pensiero che l’avesse preso in bocca (per un bel po’ se lo scorda di darmi i bacetti). Poi dall’orrore per la totale rattitudine del ratto. Infine dalla pena per quella povera bestia che stava soffrendo e forse agonizzando davanti a me.

Per calmare Cicoria e acchiapparla senza avvicinarmi troppo ho iniziato a blandirla.  A dirle che era stata proprio brava, che dovevamo tornare a casa perché Davide ci aspettava. Temevo che da un momento all’altro lo volesse riazzannare.

Alla fine, a malincuore, si è staccata dalla sua preda e sono riuscita ad agganciarla al guinzaglio. Il ratto continuava la sua agonia ed io vigliacca non sapevo cosa fare. Forse sarebbe stato pietoso ucciderlo. Ma come? E con che coraggio?

Meschinamente gli ho voltato le spalle e sono tornata verso casa, rabbrividendo dall’orrore.

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4 commenti
  1. “La totale rattitudine del ratto” è un capolavoro. 😀
    Ti ho “beccata” sul blog di masticone, ho letto della sfida di un post al giorno (che coraggio! 😉 ) e ora, dopo aver letto della rattitudine, ho deciso di seguirti. Grazie per il sorriso che mi hai donato con questo racconto. 🙂

    • elinepal ha detto:

      ahah! il ratto è dunque servito a qualcosa. Ti ringrazio di essere passato. la sfida è grande, ma mi sta divertendo molto e mi sta portando a conoscere tante persone interessanti che scrivono benissimo (altro che rattitudine!). Felice dell’incontro! 🙂

  2. Mi sono rivista inerme di fronte alla nutrita presenza di corpicini che la mia gatta mi porta in premio, soprattutto in estate. Si va da topi, uccellini, lucertole, pipistrelli e serpenti e altro. A volte, faccio in tempo a toglierli ancora vivi. Una una volta mi trovai sullo stuoino un topo agonizzante ( ma non era u rattone come il tuo era un topo di campagna) e non seppi cosa fare perché ormai era più morto che vivo. Non ci sarei mai riuscita ad ucciderlo, così chiamai un mio vicino di casa che fece il boia della situazione. Però che tristezza. Si può dire anche per un topolino?

    • elinepal ha detto:

      Certo che si può dire! E’ vero i gatti portano simili doni, e ne sono assai orgogliosi. Il primo giorno a Roma di Cicoria riuscii a salvare un piccione toltole letteralmente dalla bocca. Credo sia sopravvissuto.

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