meno 256 – la strada che non presi – il ritmo del silenzio

LA STRADA CHE NON PRESI

Due strade divergevano in un bosco giallo

e mi dispiaceva non poterle percorrere entrambe

ed essendo un solo viaggiatore, rimasi a lungo

a guardarne una fino a che potei.

Poi presi l’altra, perché era altrettanto bella,

e aveva forse l’ aspetto migliore,

perché era erbosa e meno consumata,

sebbene il passaggio le avesse rese quasi simili.

Ed entrambe quella mattina erano lì uguali,

con foglie che nessun passo aveva annerito.

Oh, misi da parte la prima per un altro giorno!

Pur sapendo come una strada porti ad un’altra,

dubitavo se mai sarei tornato indietro.

Lo racconterò con un sospiro

da qualche parte tra anni e anni:

due strade divergevano in un bosco, e io –

io presi la meno percorsa,

e quello ha fatto tutta la differenza.

Robert Frost

Questa è la poesia che apre il libro di Otello Marcacci “Il ritmo del silenzio“.

Lo apre subito dopo la dedica che Marcacci fa a tutti i suoi amici “sopratutto a quelli che non ho mai incontrato”, a tutte le persone che vanno per la propria via senza conoscersi ma in cerca l’uno dell’altro.

E’ un libro molto diverso dal primo pubblicato “Gobbi come i Pirenei”.

Perché più intimo. Più vicino alle speranze e ai dolori che si mettono in ballo scegliendo, appunto, una strada e percorrendola fino ad arrivare in fondo.

Amici, figli, compagni di vita, che segnano con noi il passo, e percorrendo ognuno le proprie strade, finiscono inevitabilmente per incrociare la nostra dando a volte svolte impreviste ad una esistenza.

C’è un punto comune con il primo libro, però: la seconda occasione. La seconda occasione è il tema ricorrente nei due romanzi che Otello Marcacci ha finora pubblicato.

Io ho letto questo secondo libro con una attenzione ed una emozione diversa. Si parla molto scelte drastiche. Scelte importanti, che realmente significano dare una direzione precisa alla propria vita.

Ma anche di scelte, quasi impercettibili, apparentemente banali, che avranno comunque delle conseguenze enormi, sul nostro destino e su quello delle persone che ci sono vicino.

Insomma si tratta del libero arbitrio. Della possibilità che ognuno di noi ha di decidere, dell’indipendenza del pensiero, della responsabilità che ogni individuo ha nella scelta delle proprie azioni.

In questo senso, credo, si invoca la possibilità di una seconda occasione. Si può tornare indietro e ripercorrendo il sentiero svoltare verso un’altra direzione? O si può cogliere al volto un’occasione imprevista per dare una nuova svolta al nostro cammino? Una frase, una parola, anche solo uno sguardo non debbono essere lasciati cadere con indifferenza. Ma colti al volo, usati, valorizzati, per l’enorme influenza che potranno avere sul nostro futuro. Abbandonare la presunzione, l’orgoglio, la paura, che impediscono di fare un passo indietro o di porgere una mano. Scartare la scelta comoda, per far prevalere un’idea, un’etica, un pensiero?

Forse sto vaneggiando. Il romanzo non è un trattato di filosofia. E’ una storia precisa, dove si narra la vita di tre amici legati da un incontro casuale (ma esiste il caso?), poi divisi da una tragica vicenda e che infine la vita riporta a reincontrarsi. Si parla di pena di morte. E le pagine scritte dal detenuto nel braccio della morte sono di una struggente ed intensa sensibilità.

Si parla della morte ingiusta ed improvvisa e di quella cercata e studiata come espiazione e possibilità di riunione alle persone amate.

E’ un libro bellissimo, amaro e tenero al tempo stesso. Con pochi margini per la consolazione ma ugualmente percorso da un sottile filo di speranza.

Con un ritmo che porta il lettore avanti e indietro nel tempo fino ad arrivare alle ultime pagine con un serrato ed affannoso tentativo di fermarlo, il tempo.

Scegliere la strada ad un bivio è il tema fondante della  vita. Scegliere è molto difficile. Entrano in ballo sentimenti e razionalità. Ciò che ameremmo fare e ciò che sentiamo di dover fare. Scegliere la strada del cuore a volte può risultare consolatorio. Andare avanti per quella meno battuta, rischiando l’incontro con l’ignoto, perdendo i punti di riferimento, ma guidati dall’istinto vitale di un bene per noi superiore è molto difficile.

Non so se Otello Marcacci ha scritto più con speranza o con rimpianto.

A me ha dato la sensazione di poter mettere in gioco in ogni istante quel piccolo nucleo interiore che noi buddisti chiamiamo buddità,  per andare oltre ciò che la ragione ci propone. E il risultato si vedrà solo alla fine del percorso.

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