meno 285 – la decadenza del gambero

Potrebbe sembrare il titolo del nuovo libro di Barbery Muriel invece è solo che ieri sera sono tornata dopo tanti anni a cena al Gambero Rosso. Città del Gusto, casa romana della nota griffe culinaria, fondata anni fa e per molto tempo rimasta indiscutibile icona di buona cucina, ottimi vini e sede di prestigiosi corsi per appassionati e professionisti.

Posto ipermoderno costruito in uno dei quartieri che potrebbe far invidia a Londra,  Parigi o New York, e che invece è stato preda di speculazioni edilizie e rifacimenti orrendi di vecchi edifici industriali sull’area, per l’appunto post industriale, sulle rive del Tevere. Unico emblema che ancora resiste come un tentativo di riqualificazioni di aree dismesse è rimasto il Teatro India, che una volta era il gioiello del Teatro Romano ma che ora giace in una landa semiasfaltata circondata da brutture in cemento armato senza uno straccio di progetto organico.

Comunque torniamo al nostro gambero. Essendo stata invitata non è carino che ne parli male. Ma non posso tenermi.

Era serata di pioggia, dopo una giornata di pioggia e il parcheggio e le strade limitrofe erano sinistramente deserte, ma questo non lo possiamo imputare al gambero, quanto ai romani che per non prendere due gocce d’acqua riescono ad entrare con l’auto nel salotto di casa.

L’ingresso alla Casa del Gusto, in un open space maestoso quanto desolato e con un aspetto tristemente dimesso, era controllato da una mesta e solitaria signorina seduta ad un enorme tavolo/scultura  che per quello che ho potuto notare è rimasta tutta la sera unica ospite dell’enorme sala. Tant’è che aveva delle fotocopie di libro, che credo studiasse  per un esame universitario, dalle quali quasi non alzava lo sguardo all’ingresso dei pochi visitatori. Noi inclusi.

Tutto l’edificio era vuoto tranne il quarto piano dove per l’appunto era situato il ristorante, anzi il Wine Bar.

Al quarto piano stesso senso di desolazione. prima grande sala con bancone bar e tavolini, vuoto. Nessun cameriere o maître in vista. Nella seconda sala un po’ di animazione.

Grande banco con formaggi e salumi, tavoli al centro sala e salottini laterali. Alcuni, non molti, occupati da clienti.

Nel tempo, lunghetto, intercorso dalle ordinazioni all’arrivo del cibo, ho avuto l’agio di soffermarmi sull’arredo e su alcuni particolari. Tanto legno, parquet spina di pesce – tavoli in massello, e tanto rosso. Rosse le poltroncine ai tavoli,  le tovaglie e l’ enorme polveroso drappeggio al  soffitto al centro della sala. Con un contrasto, non esattamente esaltante, del quadrettato blu dei salottini laterali. Al centro del tavolo una tristissima candela finta con lampadina riproducente fiammella ondeggiante. Lampade sparse con paralumi begiolini, di cui alcuni spenti. Uno appoggiato in bilico su una cassa lateralmente ad un piano  a mezza coda, chiuso, sulla cui sommità erano stati dimenticati una tovaglia e un grembiule. Un paralume smontato era appoggiato nel fondo sala su una paretina di monitor spenti in una sorta di emiciclo teatrale, immagino adibito in altri momenti a performance culinarie. Tutto il corridoio laterale dei soffitti costituito da pannelli prefabbricati alternati a bocchettoni dell’aria condizionata scrostati e un bel po’ arrugginiti. Temperatura decisamente più bassa dell’esterno dove già, per essere solo ai primi di settembre, era troppo freddo.

Luci basse che comunicavano più tristezza che non atmosfera.

Dietro l’importante espositore di salumi e formaggi un dipinto trompe-l’oeil raffigurante nientemeno che il gazometro che si poteva tranquillamente ammirare dal vivo dalle vetrate.

Il menù molto eterogeneo e tutto sommato niente di entusiasmante, eccettuato il mio pollo cotto in wok con verdure appena scottate con ginseng e salsa di soia. Devo dire ottimi dolci.

I camerieri, per carità molto gentili, erano molto giovani e per niente portatori di saggezza culinaria né di conoscenze vinicole.

Insomma il tutto dava l’idea di un luogo veramente un po’ triste, superato, e abbandonato anche dai fondatori.

Esperienza da non ripetere.

Annunci
4 commenti
  1. lorenza ha detto:

    ci manco da tempo tempo e devo dire che io non l’ho mai trovato esaltante da nessun punto di vista, tranne che per la bella terrazza su cui si cenava d’estate. certo, e’ stato un posto molto alla moda, e adesso alla moda e’ eataly, nel vecchio terminal della stazione ostiense, piu’ meno nello stesso quartiere. cosi’ va la vita…

    • elinepal ha detto:

      già! da eataly non sono ancora mai andata…

  2. blogandrealiberati ha detto:

    E’ corente devo dire. Invece di andare avanti va indietro. Ma sicuramente la compagnia era avrà ripagato questo aspetto 🙂
    Andrea

    • elinepal ha detto:

      vero…. 🙂

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Cronache di un pigiama rosa

Home - Books - Food - Lifestyle

sottoscrivo

IL BLOG DELLA SCRITTURA DI GIANFRANCO ISERNIA

Sincronicità

Le coincidenze non esistono

Un Mate Amargo

Nessun uomo è un'isola

Diario di Petra

"La bellezza salverà il mondo" (Dostoevskij)

SWING CIRCUS ROMA

#SWINGMENTALATTITUDE

p e r f a r e u n g i o c o

comunità, spazio di incontro, condivisione e, naturalmente, gioco!

Luca Caputo

Just another WordPress.com site

iltiramisu.wordpress.com/

APPUNTI, FATTI, MISFATTI, RISORSE E METODI LEGALI PER TIRARSI SU.

Stoner: il blog letterario della Fazi Editore

Un blog letterario ideato dalla Fazi Editore per tutti gli amanti della letteratura

Marco Milone

Sito dello scrittore Marco Milone

Sunflower on the Road

"Se non si riesce, dico io, a rendere quel che si scrive al meglio delle nostre possibilità, allora che si scrive a fare? Alla fin fine, la soddisfazione di aver fatto del nostro meglio e la prova del nostro sforzo sono le uniche cose che ci possiamo portare appresso nella tomba." Raymond Carver

Tiziana' s Masserizie

La ricerca dei particolari e' l'obiettivo costante

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: