meno 305 – spiaggia libera

Oggi scendendo su una spiaggia libera del Cilento mi sono ritrovata improvvisamente catapultata negli anni settanta. Una distesa impressionante di ombrelloni di ogni tipo: larghi, medi, piccoli, tende a forma di papero, tendoni, tendalini, sdraio, seggiolline, teli, parei. E gente, gente ovunque. Sovrappeso perlopiù. Donne con costumi tigrati, bambini in slippini, uomini con mutandoni o boxer. Tatuaggi, braccialetti, occhiali da sole. E poi cibo sotto ogni forma. Celle frigorifere portatili, borse termiche, sacchetti di carta e buste di plastica. E in acqua: maschere, occhialini, palle, wind surf. Una Via del Corso la domenica pomeriggio con i negozi aperti e in tempo di saldi. Una casba di antiche domeniche a Ostia o a Lido dei Pini. Ricordi di bambina. Anche se per la verità noi si andava allo stabilimento, con ombrellone, sdraio (ai tempi i lettini esistevano solo negli studi medici) e cabina. Anzi la cabina era obbligatoria e aveva un piccolo “avanti” – tipo balconcino coperto – dove si mangiava con tanto di tavolo e sgabelli. Noi normalmente non avevamo paste fatte in casa o poli arrostiti, mia madre comprava grandi vassoi di tramezzini (slurp!) o cose pronte in rosticceria. Comunque la spiaggia libera era meta di fughe o incursioni estemporanee.

Mi sono tornate in mente anche certe domeniche a Ladispoli, da ragazza, con un’amica e la mia Samba Talbot comprata di seconda mano, già vecchia ma indistruttibile. Restavamo tutta la mattina ad arrostirci sulla sabbia nero ferro, e poi a pranzo a casa della madre – greca –  che ci aspettava sul balcone (si badi bene non terrazzo, balcone, lungo ma stretto) coperto da tendoni, e ci apparecchiava la qualunque (di solito pasta al forno con con arrosto e contorni vari). Dopo pranzo tutti a dormire su divani, brandine e letti. E poi il ritorno verso Roma in code interminabili dove la Samba arrancava emettendo fumi sinistri dal cofano surriscaldato.

Quale contrasto con il pomeriggio di ieri in piscina, in un Hotel de Charme in collina, dove hanno fatto entrare il piccoletto solo perché conosciuto. Perché per la quiete dei clienti non sono ammessi né cani né bambini. Lettino sul prato all’inglese, flute di prosecco con pesca, cascatelle di acqua, pietra, verde, silenzio. Vecchie carampane che scendevano i gradoni della piscina sorrette da mani sollecite e quarantenni con costume firmato e tette rifatte. Francamente non saprei cosa scegliere.

L’immenso piacere però è sempre, dopo una nuotata rigenerante, risalire la collina baronale e rimmergersi nel silenzio di un paesino fuori mano.

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2 commenti
  1. Ladispoli mi ricorda il Verdone di “Un sacco bello”.
    E mi ricordo anche della Samba Talbot.
    Certo che un albergo dove non vogliono bambini e cani deve essere parecchio squallido…

    • elinepal ha detto:

      L’Albergo era molto bello, il principio è squallido. Ma generalmente è così. i bambini danno fastidio a molti….

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