meno 312 – la bambina e il cane (epilogo)

Quel giorno la bambina aveva voglia di andare al mare. Il Paese sulla collina non era lontano dal mare, ma lei non ci andava quasi mai. Nessuno la portava. Solo qualche domenica, quando la mamma stava bene ed era più contenta, l’uomo prendeva la macchina e andavano a fare un bagno. Ma non succedeva spesso.

Ora in paese erano arrivati i villeggianti. Quasi tutti erano paesani che per lavoro vivevano al Nord o in qualche grande città. Qualcuno pure in Germania. Loro avevano conservato la casa al Paese, magari l’avevano pure rimessa bene, e l’estate tornavano. Poi c’erano alcuni turisti, di quelli che la casa la affittavano per un mese o due settimane. Qualcuno dormiva  al B&B che era stato aperto in un’ala del vecchio palazzo baronale.

Tutti andavano al mare la mattina, e tornavano il pomeriggio. La bambina li vedeva scendere giù sulla strada tutta curve,   e aspettava con ansia che tornassero perché così poteva giocare con gli altri bambini. Loro, a dire il vero, con lei giocavano di malavoglia. La trovavano strana. Voleva sempre andare a casa loro, e vedere i loro giochi, e cercava di farsi invitare ad andare al mare con loro, e quando facevano merenda gli toccava offrirgliela perché lei non l’aveva.

I pochi turisti che arrivavano l’estate avevano avuto l’impressione che la bambina, che girava sempre da sola con il suo cane, avesse una situazione molto strana. Avevano parlato anche con il Sindaco, che conoscevano bene. Avevano chiesto di parlare con la madre o di chiamare un’assistente sociale o insomma di fare qualcosa per aiutarla, questa bambina. Ma non si era mosso niente. Sono cose difficili, era stata la risposta, e poi non abbiamo elementi e poi scoppierebbe un putiferio senza magari risolvere niente.

E così nessuno aveva più detto niente. Ma presi dalla tenerezza e da un po di rimorso, la lasciavano entrare in casa quando voleva, e magari le compravano un gelato, e quel giorno qualcuno le disse che si, poteva andare al mare con loro.

La bambina era felice. Corse a casa. Mise in una busta un asciugamano e il costume e corse ad infilarsi in macchina. Il cane la seguì. Lei cercò di mandarlo via, ma lui testardo voleva salire accanto a lei. La bambina allora scese e con un po’ di impazienza e innervosita lo prese da parte e gli ordinò di aspettarla li, che lei andava a farsi il bagno e poi sarebbe tornata.

Il cane ubbidì, si sdraiò all’ombra e la guardò andare via.

Quando la bambina tornò dal mare era molto tardi. La giornata era stata bellissima e lei aveva i capelli tutti pieni di sale e la pelle arrossata dal sole. Salutò di corsa i suoi amici e di corsa andò verso casa con il cane dietro che non smetteva di saltellarle intorno.

A casa c’era l’uomo.

Era tornato e l’aveva cercata per il paese e ora era molto, ma molto, arrabbiato. Iniziò ad urlare che lei non avrebbe dovuto allontanarsi, che non doveva andare a chiedere cose alle altre persone, e che era tardi, che era una stupida puttanella come la madre. Aveva bevuto il vino, e urlava e urlava sempre più forte e le diede uno schiaffo e poi un altro. La bambina piangeva, ma in silenzio. Tentava di trattenere i singhiozzi. Era rimasta vicino alla porta aperta, con la busta con dentro l’asciugamano bagnato in una mano, mentre con l’altra si riparava il viso dagli schiaffi. Lui urlò ancora e ancora lei non si muoveva. Lui iniziò a scrollarla prendendola per le spalle. E più lei rimaneva in silenzio e più lui perdeva il controllo. La fece cadere in terra. Allora si bloccò di colpo. Tutto rosso e ansimanta le disse che era lei che lo costringeva a diventare così. Che per colpa sua perdeva la ragione. La tirò su e l’abbracciò. La tenne stretta e la mise sulle sue ginocchia carezzandola e dicendo che lui le voleva bene, e che non voleva essere cattivo con lei. Che lei era la sua piccola principessa. E intanto la baciava e l’accarezzava come faceva sempre quando si pentiva di averla picchiata. Ma questa volta le sue mani le andavano ovunque e le alzavano il vestitino e lui era agitato e puzzava di vino. La bambina tentò di liberarsi dal suo abbraccio ma lui la teneva stretta. Era spaventata come mai prima, iniziò a singhiozzare forte e a urlare di lasciarla andare, che non lo faceva più di chiedere le cose agli altri e che sarebbe stata brava. L’uomo non l’ascoltava e più lei si agitava più lui la stringeva e ansimava.

Il cane era rimasto come sempre sotto alla scala di pietra, ma ora sentiva la bambina piangere e iniziò ad agitarsi e a guaire. Ma la bambina non si affacciava come faceva di solito ai suoi richiami e continuava a piangere e urlare e così lui salì di corsa le scale. La porta era aperta e per la prima volta entrò in casa. E fu solo per istinto che fece un balzo e si butto addosso all’uomo. Solo per istinto ringhiò forte e lo attaccò alla testa facendolo cadere assieme alla sedia e alla bambina.

Per un momento il tempo sembrò sospeso. L’uomo era rimasto immobile. La bambina rannicchiata in terra con la testa fra le mani. Il cane in posizione per un nuovo attacco. Poi la bambina si tirò sù, si girò e gli passò un braccio intorno al collo. Lui le diede una leccatina sulla faccia.

Lei prese un sacchetto e ci mise dentro un vestitino, una maglia e un po di biscotti.

Uscirono insieme e insieme si avviarono sulla strada che scendeva dalla collina. La bambina sapeva che c’era un sentiero che passava nel bosco di castagni e che tagliava verso il mare. Non lo aveva mai fatto ma lo aveva visto sulla guida delle escursioni del Parco.

Camminarono a lungo e poi si mangiarono un po di biscotti e poi continuarono a camminare.

E ora la bambina e il cane camminavano sulla spiaggia.

Camminavano con calma, senza affrettarsi. Ma senza soste, senza distrarsi a guardare il mare. La bambina guardava avanti a se, come se invece del golfo avesse di fronte l’infinito. Il cane la seguiva, come sempre, con il suo passo un po’ claudicante di vecchio, la lingua di fuori a catturare l’umido dell’aria.

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