meno 337 – il mare, il mare.

Il mare prende, il mare da.

Ogni anno il primo bagno a mare è un’emozione. Come è un’emozione il primo tuffo  fatto insieme ad una persona amata.

Io ho seguito un amore in apnea nei fondali delle isole Eolie, e poi l’ho perso nell’ultima immersione nei mari di Sardegna.

Ho visto le cernie giganti sulla barriera corallina australiana, e spiato uno squalo addormentato  in una caverna sottomarina alle Maldive.

Il mare prende, il mare da.

Ieri un’onda anomala sulla costa toscana ha fatto ritirare il mare di diversi metri, provocando poi grandi ondate e forte risacca. Tre persone in pericolo di vita nello stesso momento sulla stessa spiaggia. Una donna è morta.

Il mare prende, il mare da.

Solo pochi anni fa, nello stesso specchio di mare, ero in barca a vela con alcuni amici. Tre uomini e tre donne. Il comandante e sua moglie, imbarcata suo malgrado, con tendenze al mal di mare doveva rimanere assolutamente sopra coperta in navigazione. Una coppia di napoletani, giovani, carini, di famiglia bene. Lei sembrava la Guzzanti nell’imitazione della napoletana bene. Poi io e il mio amico.

Avevamo dormito ormeggiati al Giglio e la mattina presto partimmo per l’ultima navigazione verso Gaeta, dove saremmo sbarcati.

Il cielo era coperto, ma il mare calmo e il vento poco. Dopo circa un’ora di navigazione il comandate si girò e ci urlò all’improvviso: ammainate le vele! tutto giù, tutto giù!. Neanche detto e ci arrivò addosso una bufera di vento e pioggia in orizzontale. Io e le altre due donne, inabili totalmente alle manovre, fummo mandate sotto coperta a chiudere tutto il chiudibile. I tre uomini sopra coperta tentavano di tirare giù le vele senza finire a mare, cosa non facile. Mai avevo visto una tempesta di vento così veloce e repentina. Gocce di pioggia ghiacciata arrivavato in orizzontale, tale era la forza del vento. Nel giro di pochissimo eravamo nel mezzo di una tempesta. Ma non una tempesta tanto per dire. Una tempesta vera, con mare forza 8 e vento non so più a quanti nodi.

Fortuna fu che i ragazzi riuscirono a calare le vele (il napoletano finì quasi a mare tra gli urli della ragazza sotto coperta) altrimenti avremmo immediatamente scuffiato. Ma nonostante questo la barca inizò a inclinarsi come mai avrei pensato potesse inclinarsi una barca (e tornare poi diritta).

Io ero sdraiata in cuccetta con le gambe e le braccia contro le pareti  per non rotolare a terra. Dall’oblò vedevo passare l’albero fino quasi a toccare la superficie del mare e ogni volta temevo non si rialzasse più. Ad un certo punto mi gridarono di passare a tutti i giubbotti di salvataggio e le incerate per gli uomini in coperta. Se prima avevo cercato di mantenere una certa calma da lì mi si scatenò il panico. Anche perché nel tirare la testa fuori coperta vidi delle onde grandi come mai avevo visto nella mia vita. Molto, ma molto, più alte di noi. Ad ogni onda, la barca sembrava affondare, e poi miracolosamente risorgeva e cominciava a risalire. Tutta inclinata ma testarda. Mi ributtai in cuccetta.

Ad un certo punto, incredibile a dirsi, ebbi un bisogno urgentissimo ed improrogabile di fare pipì. Arrivai barcollando del piccolo bagno e riuscendo anche a non vomitare feci quello che dovevo e tornai a puntellarmi in cuccetta. La tempesta durò un’eternità, forse un’ora. Durante la quale fui sicura di morire. Maledissi il momento in cui mi ero lasciata tentare dalla vacanza marina. Mi maledii per aver lasciato i miei figli orfani. Urlai, mentalmente, contro il cielo che non ci aveva avvisato dell’imminente tempesta e altrettanto feci contro il bollettino dei naviganti. Dalla radio arrivavano voci da barche che come noi erano in balia del mare. Alcune anche più in difficoltà. Una coppia di conoscenti, marito e moglie con due bambini piccoli a bordo mandarono l’SOS. Ad un certo punto, iniziai a pregare. Come faccio io, che sono buddista.

Come il cielo volle la tempesta finì. Me ne resi conto perché un piccolo raggio di luce entrò di traverso da un oblò. Il cielo si stava aprendo.

A quel punto salii in coperta. Il mare era sempre terribile e le onde altissime, ma la barca non si inclinava più di 180 gradi. Le affrontava testa alta e le scavalcava ad una ad una. Innalzai il comandante,  che aveva tenuto il timone per tutto il tempo, nonostante tutto, a mio eroe personale perenne.

Arrivammo al porto di Nettuno con il mare quasi calmo.

Una volta ormeggiati scendemmo sulla banchina e seduti per terra rimanemmo in silenzio a fissare il mare per un tempo lunghissimo. Tutti quelli che entravano in porto, ho notato, si comportavano così. In silenzio tutti guardavamo il mare, maledetto fino a poco prima, ringraziandolo per averci permesso di tornare.

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