meno 344 – Pantumas

Pantuma: ombra, apparizione notturna, in senso esteso: persona insignificante, che non vale nulla. Forse ha affinità con la parola “fantasma” (Es.: ses abarrau in cue cumente unu pantuma…; sei rimasto là come un ombra, inerte…) 

Ho letto un romanzo di Salvatore Niffoi, Pantumas.

Come raramente mi accade, ero entrata da Feltrinelli per scegliere un libro da leggere e solo vedendo il nome dell’autore, la copertina e la scarna presentazione sul retro, l’ho comprato. Di Niffoi avevo già letto un altro romanzo, La vedova scalza, e mi era piaciuto moltissimo.

Oggi sono perplessa.

Primo punto importante è che solo ora, rientrata per un giorno e avendo accesso ad internet, sono riuscita a capire il significato del titolo.

il libro contiene tantissimi dialoghi e descrizioni con parole in sardo. Niente da dire. Anche Camilleri ha sdoganato il dialetto siciliano infarcendo i dialoghi del suo Montalbano di termini siciliani. Ecco, non so se magari io ho più affinità con il siciliano, o se effettivamente il significato dei termini era più intuitivo (magari scrivendo scantare nella frase successiva si capiva che intendeva avere paura). Qui no, non capivo. Forse il sardo è veramente più una lingua che un dialetto.

In ogni caso sono andata a vedere se avevano inserito un glossario a fine libro. Niente. Ho continuato quindi tentando di intuire e dove non capivo di farmene una ragione.

Ma la questione non è questa. Il romanzo parla appunto (ora posso appunto scrivere appunto perché ho capito il titolo, guarda un po’), dicevo parla appunto di un fantasma. Un uomo muore, lo seppelliscono con tutti i sacramenti, e dopo un anno torna dalla moglie e dal nipote (voce narrante) come in una sorta di resurrezione. Con lui compare misteriosamente un rotolo di pellicola, anzi diversi rotoli, che contengono i momenti molto personali della vita di  Mannoi Lisandru Niala (mannoi significa nonno), quei momenti che solo lui conosce o ricorda. I momenti più forti, duri, tormentati, vergognosi, crudeli della sua vita.

Questa pellicola viene proiettata e vista dal defunto, dalla sua vedova, dal nipote e dalla famiglia. Durante la proiezione, mano a mano che Mannoi Lisandru si trova di fronte ai suoi ricordi, torna indietro nel tempo. Ma non metaforicamente. Si ringiovanisce, decresce, si rimpicciolisce. Fino al termine della visione dove è ormai un poppante tra le braccia della moglie che lo culla e lo allatta, felice (lei) dell’opportunità che ha di scaricarsi la coscienza di un peccatuccio (uccio rispetto ai tanti peccati commessi dal marito) contenuto anch’esso nei ritagli di pellicola, e di poter a sua volta morire insieme a Lisandru nella tradizione degli abitanti di Chentupedes.  Essi muoio infatti sempre in coppia, mogli e mariti ma anche consanguinei o persone casualmente accoppiate, per darsi coraggio nel passaggio all’aldilà.

Sono veramente irriverente nel sintetizzare in maniera così brutale un testo che è sicuramente costato fatica e lavoro al suo autore. Non me ne voglia se per un caso straordinario avrà la disavventura di trovarsi questa pagina sottomano. Non sono una critica né voglio fare una critica.

La mia perplessitudine è proprio nel concetto durissimo di una persona costretta a rivivere il passato. Ma non lui solo. Tutte le persone che ama assistono, vedono, a colori, il suo passato. E non i momenti gloriosi o felici o normali.

Però sul normale devo anche fare una precisazione. E’ una vita, quella di un paesano costruttore di carri in un paese dell’entroterra sardo dell’inizio del novecento, che è eufemismo definire dura. E’ quasi impossibile. Nascite e morti sembrano ugualmente crudeli. Ammazzamenti e vendette sono pura sopravvivenza. Diciamolo: una vita molto primitiva, dove per primitivo intendo tesa alla sopravvivenza propria e della propria specie.

Io non sono contraria all’elaborazione del proprio passato, ma come strumento personale di crescita, e sottolineo personale. Ho trovato crudele e inutile il tormento inflitto ad un uomo, peraltro morto e risbattuto sulla terra dopo un anno (e non c’è pace!) e questa sensazione di ingiustizia e di durezza mi ha accompagnato per tutto il libro. Ruvido ecco come lo definirei.

Il pensiero stasera mi è andato ad un’altra raccolta di pellicole. Quelle che Salvatore riesce finalmente a vedere nel finale di Nuovo Cinema Paradiso: tutte le scene tagliate perché troppo scostumate, quasi tutti baci. Quello è uno dei finali più belli: un regalo da una persona che hai seguito e amato e che dopo la morte ti fa capire quanto bene, considerazione e quanta attenzione ti ha dato anche se la vita vi ha separato.

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8 commenti
  1. Ci pensavo proprio in questi giorni.
    Secondo me il celebre concetto di “elaborazione” (del lutto, del passato, dei guasti dell’auto) non esiste.
    E’ un’invenzione degli strizzacervelli.
    Io preferisco il termine “fare i conti”. Mi dà più del concreto, del cauboi insomma.
    Per quanto riguarda la scena finale di Nuovo cinema paradiso, beh… qui hai colpito e affondato. (Però hai notato che alla fine lui ride? Vorrà dire che ha elaborato o che ha “fatto i conti”?) :mrgreen:

  2. elinepal ha detto:

    Caro il mio romantico pennuto, come sempre io mi perdo in mille preamboli e divagazioni e poi quando arrivo al punto vero, al concetto per cui avevo iniziato a scrivere, è già passata un’ora e sintetizzo e mi perdo….. che dicevo? ah si.
    Il fare i conti, l’elaborazione del lutto, servono certamente. Diverso è quando dopo una vita passata a elaborare e interiorizzare e a soffrire per gli errori che hai commesso, o le azioni che hai dovuto fare, o comunque per quello che ti è successo (se sei il tipo: non dipende da me), ti sbattono davanti a una parete dove scorrono le immagini crude vere reali, come in un film, anzi “in” un film. E’ inumano. E’ infatti lo è. Pantuma.

  3. Se hai “elaborato” (come dite voi) o se hai “fatto i conti” (come dico io), di quelle immagini nun te po’ frega’ de meno… (e scusa il romanesco un po’ così…) :mrgreen:

  4. elinepal ha detto:

    VOI chi sarebbe? 😈
    caro rude rapace 🙂 elaborare non significa voler rivedere il volto di sofferenza di una persona amata che sta morendo o sentire l’odore del sangue o rivedersi mentre si sta compiendo un omicidio. Anche se poi assorbi l’idea del distacco, incameri la sensazione che si prova nel percepire gli odori della morte, non ti dai pace per il rimorso di aver ucciso e ti penti e non lo fai più e via dicendo, tutto ciò rimane ferita, cicatrice. Secondo il mio pensiero si deve guardare avanti utilizzando il passato e vivendo al meglio il presente.

  5. lorenza ha detto:

    anch’io sono stata attratta da pantumas, dall’idea che a chentupedes i coniugi che si erano amati muoiano insieme, e da salvatore niffoi di cui avevo gia’ letto due libri ed anche per me e’ stata una fatica immane leggerlo.
    di alcune frasi davvero non sono riuscita a cogliere il senso e mi dispiace.
    un glossario si imponeva. cio’ non toglie che il libro abbia momenti di rara intensita’

  6. lorenza ha detto:

    comunque pare che pantumas significhi bugia, menzogna. sia ombra, sia bugia, entrambi i significati vanno bene

    • elinepal ha detto:

      Sì, mi sembrano anche affini. Certo anche io ho trovato molti momenti belli nel libro e Niffoi è un autore che continuerò a leggere. Grazie del tuo commento.

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